Il blog cresce, i visitatori aumentano e tornano sempre più spesso, le notizie richiedono più spazio e maggiori approfondimenti…

E così abbiamo "aggiunto la doppia": nasce creattivamente.it, blog su tre colonne, grafica completamente rinnovata, nuovi strumenti a disposizione degli utenti e presto anche nuove collaborazioni.

Con l’occasione teniamo a ringraziare tutti coloro che ci hanno seguito, che sono intervenuti, che continuamente ci consigliano e supportano.

Vi aspettiamo sul nostro nuovo spazio, siate creattivi!

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Calibrare il monitor è una necessità per tutti coloro che si occupano di grafica, credo in special modo per chi tratta o lavora con fotografie.

Nadir ci intruce all’argomento con un ottimo articolo:

E chi, dopo aver ritirato le stampe dal
laboratorio, avendole trovate tutto fuor che fedeli a ciò che aveva
messo nel CD, non ha avuto la tentazione di strozzare lo stampatore? Di
nuovo tutti, credo. Lo stesso laboratorio che per anni ci aveva servito
meravigliose stampe da negativo o da diapositiva, all’improvviso non ne
azzecca più nemmeno una. Per una volta, però, la colpa non è
dell’operatore, il quale in barba agli anni che passano e alla vista
che se ne va adotta probabilmente lo stesso procedimento di sempre; il
problema è proprio nelle immagini consegnate su CD. Vediamo dunque di
capire, prima di cambiare laboratorio, cosa è successo e perché.

Senza una perfetta taratura dell’insieme macchina/monitor/Photoshop, sarebbe

impossibile replicare la gamma di toni presente in questa immagine
Canon EOS 10D e Sigma 20 f/1.8 @ f/22, 1/2 sec, su treppiede RAW 100 ISO.

La Camera Oscura Digitale
Con
questo termine si intende il trattamento fatto alle immagini
digitalizzate, che avviene dopo lo scatto digitale o scansione, prima
della stampa, mediante un computer.
Forse la parola "oscura" si
riferisce più ai processi che alla luce, sta di fatto che, una volta
che la nostra immagine è tradotta in un segnale numerico, generato da
uno scanner o da un sensore contenuto in una macchina, l’unico modo che
abbiamo per verificare il nostro lavoro è attraverso un oggetto spesso
trascuratissimo: il monitor. E’ il monitor, infatti, che ci consente di
ritradurre nuovamente il nostro segnale numerico in luce. Ma come ci
restituisce la luce il nostro monitor è il nocciolo della questione,
poiché se il nostro monitor è solo un pochino troppo… magenta, per
esempio, la nostra naturale tendenza sarà di compensare questo magenta
con un pochino di verde (l’opposto del magenta), fino ad ottenere sullo
schermo quel meraviglioso ritratto della nostra fidanzata ove
l’incarnato, al nostro esperto e criticissimo occhio, ha quel bel
colore rosato che ci piace tanto. Solo che… una volta che la nostra
immagine va in stampa, il Minilab del laboratorio non sa che il nostro
monitor era troppo magenta, come non sa che per compensare abbiamo
aggiunto verde. Risultato: la fidanzata viene stampata come Hulk, del
quale assumerà anche le sembianze dopo aver visto la stampa. Ecco il
problema nel nostro CD. In fase di trattamento, non abbiamo compensato
l’immagine, ma il monitor, di fatto sbilanciando una immagine
probabilmente buona.
Vediamo dunque come calibrare adeguatamente il
monitor, per assicurarci che quello che vedremo sullo schermo sia il
più fedele possibile a quello che vedremo poi sulla carta.

A sinistra fotografia bilanciata con monitor tarato correttamente.
A destra, invece, con monitor troppo freddo.

La
presenza di una dominante azzurra (ciano) sul cinescopio del monitor ha
portato l’operatore a sbilanciare nettamente la foto verso il rosso.

A monitor (starato) il risultato era perfetto.
Stampato. come appare evidente, no!.

Il Monitor
Esistono
fondamentalmente due tipi di monitor: LCD (Liquid Cristal Display) a
cristalli liquidi, e CRT (Cathode Ray Tube) a tubo catodico, quelli in
vetro, per intenderci. Queste sono le due famiglie principali. Le
stesse si suddividono poi in una miriade di altre. Comunque, fare un
paragone tra le due famiglie è come tentare di comparare le classiche
mele con le altrettanto classiche pere. Quale il migliore? Difficile a
dirsi, ciascuno ha vantaggi e svantaggi. Comunque sia, scegliendo un
monitor piuttosto che l’altro, cercate di non considerarne l’aspetto
meramente estetico, ma, visto come strumento di lavoro, il modello che
più si confà alle vostre necessità.
Per cominciare, vediamo di dare un’occhiata alle caratteristiche principali da osservare all’atto dell’acquisto:

Luminosità
(in inglese Brightness): descrive la quantità di luce bianca che un
monitor è in grado di emettere. Generalmente i monitor LCD posseggono
il doppio di capacità luminosa dei CRT. Fotograficamente parlando
questo non è un aspetto critico, visto che tutti i monitor dovrebbero
essere tarati allo stesso livello di luminosità e questo livello è
facilmente ottenibile sia sui CRT che sugli LCD, poiché, normalmente,
si attesta su di un valore che varia dal 35 al 60% della luminosità
massima.

Contrasto
(in inglese Contrast): misura la capacità di un monitor di emettere una
scala di grigi che va dal bianco puro al nero puro. Generalmente i
monitor CRT sono in grado di produrre una scala di grigi maggiore dei
monitor LCD. Questo significa che nei monitor LCD ci saranno più
probabilità di non vedere dettagli nelle ombre, e questo dovrebbe
essere considerato in fase di scelta.

Angolo di visione:
è l’angolo in cui un monitor è in grado di mostrare l’immagine.
Tipicamente i monitor LCD hanno un angolo di visione limitato. Questo
significa che osservando lo schermo lateralmente o dal basso o
dall’alto potremmo perdere significativamente la visione dell’immagine.

Fedeltà dei colori:
è la capacità di riproduzione di colori vividi, brillanti e reali.
Anche qui il CRT la spunta, essendo in grado di produrre una maggior
quantità di colori rispetto agli LCD di oggi… domani si vedrà.

Risoluzione:
è il numero di pixel che possono essere mostrati contemporaneamente dal
monitor. Anche in questo caso il CRT può ottenere un numero di
risoluzioni maggiori di un LCD, ma, anche in questo caso non è un
grande problema, poiché le risoluzioni standard (quelle consigliate in
funzione della dimensione) sono identicamente supportate da entrambe la
famiglie di monitor.

Dimensione
dello schermo: si misura in pollici ed è la diagonale dello schermo. I
monitor LCD sono di dimensioni effettive (per esempio, 17 pollici
rendono 17 pollici) i CRT invece perdono circa un pollice di area utile
(di un 17 pollici in realtà sono usabili/visibili solo 16). Per scopi
fotografici è sicuramente consigliabile un monitor di almeno 17 pollici.

Dot Pitch: per capire cos’è, dobbiamo sapere che un pixel, il quale non
è l’unità emettitrice di luce più piccola in un monitor, è composto di
una serie di "dot", punti, generalmente 9, disposti in 3 file di 3.
Ciascun Dot è in grado di produrre uno solo dei tre colori primari RGB
(Red-Green-Blue: Rosso, Verde e Blu). Dot Pitch è la distanza in
millimetri tra il centro di un Dot ed un altro adiacente ma dello
stesso colore. Minore è il dot pitch, maggiore è la densità di pixel a
parità di superfice e, per conseguenza, migliore la qualità
dell’immagine visualizzata. Un dot pitch minore di 0,24 mm è caldamente
consigliato. Allo stato attuale della tecnologia, si trovano in
commercio monitor con Dot Pitch minore di 0,21 mm.


Trattamento antiriflesso:
è importante quando si lavora, specialmente in ambienti chiari, per non
avere riflessi che potrebbero distrarre o falsare i colori.

Schermo Piatto:
è una caratteristica che descrive il tipo di schermo nei CRT: piatto,
appunto, o convesso. Per problemi relativi alla geometria delle
immagini, uno schermo piatto è senz’altro consigliabile. I monitor LCD
sono, ovviamente, solo piatti.

Regolazione RGB separata:
è la possibilità, in un monitor CRT, di controllare ciascuno dei tre
cannoni eletronici RGB che sono usati per produrre l’immagine che si
vede sullo schermo. Questa caratteristica del monitor è importantissima
per poterlo calibrare con profitto per il trattamento delle immagini
fotografiche. Non tutti i monitor hanno questa possibilità di controllo.

Temperatura di colore selezionabile che includa i 6.500 Kelvin, anche indicata con 65K o 65D.
La
temperatura di colore è la descrizione del tono (più caldo o più
freddo) dei colori di una immagine. Si chiama "Temperatura" perché i
toni di colore si misurano in Kelvin (gradi, unità di misura
anglosassone della temperatura) immaginando di riscaldare
all’incandescenza un corpo nero ipotetico. Immaginiamo un pezzo di
ferro, per capirci. Riscaldandolo molto diventerà incandescente,
passando dal color nero al rosso. Questo accade a temperature
relativamente basse, intorno ai 3000/3500 Kelvin. A queste temperature
i toni di luce emessa dal nostro pezzo di ferro sono da noi percepiti
come i più caldi, rossi, arancioni e gialli. Se continuiamo ad
aumentare la temperatura, la luce emessa dal pezzo di ferro, che sarà
sempre più incandescente, cambierà toni di colore, e i toni che noi
percepiremo saranno sempre più freddi, ovvero verdi prima, per arrivare
agli azzurri e blu intorno ai 9000/9500 Kelvin. Ecco spiegato
l’apparente controsenso quando si dice che a temperature di colore
maggiori ci si riferisce a colori più freddi e viceversa.

Pannello di regolazione della temperatura di colore e dei valori RGB
dei singoli cannoni elettronici del monitor

Costo: naturalmente anche il prezzo di un monitor è un parametro da considerare.

Qual è meglio?
Personalmente
ritengo i CRT superiori (almeno allo stato attuale della tecnologia) e
sicuramente con un rapporto prezzo/prestazioni superiore. Nonostante
ciò alcuni monitor LCD di punta vantano ottimi risultati nel
trattamento delle immagini, ma con costi ancora molto elevati. I
notebook, i cui monitor LCD integrati, normalmente, non sono di
altíssima qualità, possono essere usati in situazioni logistiche
particolari, quando uno studio di post produzione fisso non è
facilmente (o velocemente raggiungibile). Ma ne è sconsigliabile l’uso
in sostituzione di un buon sistema da tavolo.

Scheda Video
Anche
la scheda video che equipaggia il computer ha un aspetto tutt’altro che
secondario. Oggigiorno la maggior parte delle schede video in commercio
può essere controllata da applicazioni di calibrazione e profiling (vedremo qui di seguito cosa significa). E’ consigliabile che la scheda video sia equipaggiata con almeno 64 MB di RAM.

Calibrazione e Profiling del monitor
Il processo di taratura del monitor è composto da due operazioni principali: calibrazione prima e profiling
poi. Profiling è un termine tecnico inglese che in italiano sarebbe
"profilare, descrivere il profilo". Ma così sembra che si stia parlando
di metallurgia, più che di fotografia… dunque evito di tradurlo.

La calibrazione
è l’operazione che ci permette, usando i controlli del monitor ed una
serie di strumenti software e /o hardware, di regolare luminosità,
contrasto e bilanciamento colore del nostro monitor nel modo più
accurato possibile. Queste operazioni cambiano il comportamento fisico
del monitor, non sono solo una mera compensazione software. E’
importantissimo che questa operazione sia eseguita con il massimo
rigore possibile, poiché il profilo del monitor che genereremo subito
dopo non risulti in significativi mutamenti nei colori, quando apriremo
le nostre immagini in un software tipo Photoshop. A questo proposito,
da qui in avanti mi rifarò a questo software della Adobe come
riferimento. Questo non significa che non esistano altri software degni
di nota nel panorama mondiale, ma Photoshop è sicuramente lo standard
per il trattamento digitale delle immagini e, aspetto per noi
importantissimo, è in grado di interpretare i profili di colore
generati da altri software.
Il profiling è
l’operazione che ci consente di memorizzare il profilo esatto del
nostro monitor calibrato, ovvero è la memorizzazione di una tabella di
valori numerici che, una volta passati alla scheda video, garantirà che
i colori mostrati dal nostro monitor siano fedeli ed accurati. In altre
parole, in questa tabella sono presenti valori che "spiegano"alla
scheda video di quale segnale il nostro monitor ha bisogno per
riprodurre esattamente un determinato colore. Questo profilo è tipico e
caratteristico di ogni monitor, una sorta di impronta digitale. Ecco
perché è importante fare calibrazione e profiling del nostro
specifico monitor: è quasi impossibile che monitor identici, dello
stesso modello e marca, anche se dello stesso lotto di produzione,
abbiano lo stesso profilo. Inoltre queste operazioni devono essere
ripetute frequentemente, almeno una volta al mese, poiché i componenti
elettronici sono soggetti ad una certa deriva, con la risultante
perdita, lenta ma costante, della calibrazione.

Ancora un paio di concetti
Prima
di addentrarci nella pratica della calibrazione, dobbiamo capire ancora
un paio di concetti e relativi termini tecnici, poiché ci ritroveremo
ad avere a che fare con loro durante l’uso degli strumenti di
calibrazione.

Gamma è una parola che
si riferisce alla luminosità dei mezzi toni sullo schermo. Generalmente
ci si riferisce a Gamma 1.8 per i Macintosh e Gamma 2.2 per i sistemi
su Windows. E’ da notare che esistono ragioni storiche più che pratiche
per giustificare questa differenza di valori tra Win e Mac.
Quale
usare? In breve, la risposta dipende dal proprio ambiente di lavoro e
dalle proprie esigenze. E’ buona norma informarsi su quale sia il
valore di gamma usato dal nostro laboratorio di fiducia e regolarsi di
conseguenza. In teoria, per esigenze fotografiche andrebbe impostato
1.8 visto che le tipografie serie, le case editrici ed i laboratori
digitali professionali usano prevalentemente sistemi Mac, impostati
probabilmente a questo valore; mentre per il video è meglio 2.2 (che
non a caso è anche il valore della TV). Ma queste sono indicazioni di
massima: se, ad esempio, il proprio flusso di lavoro prevede di
dialogare in prevalenza con sistemi Windows, è meglio usare 2.2 anche
se si ha un Mac. E viceversa se magari si ha un PC ma il service
digitale cui ci si rivolge lavora in ambiente Mac.

Punto di bianco
invece definisce il colore del bianco del monitor. Sembra quella
barzelletta del matto che chiedeva di che colore era il cavallo bianco
di Garibaldi… Il punto è che un bianco, come abbiamo visto parlando
della temperatura di colore, può essere più caldo o più freddo, a
seconda se presenti una temperatura di colore minore o maggiore.
Inoltre la temperatura di colore del bianco dipende anche dal tipo di
supporto. Per esempio, per la stampa su carta il bianco è definito a
5000 K perché la luce standard che si usa per la valutazione dello
stampato ha tipicamente questo valore. In questo caso si misura la
temperatura di colore della lampada, non potendo la carta di per sé
emettere luce. Per ciò che riguarda i monitor è consigliabilissima, per
gli scopi fotografici che ci proponiamo, una regolazione della
temperatura di colore del bianco a 6500 K poiché questo valore è il più
prossimo al valore del bianco neutro della maggior parte dei monitor.
Questa regolazione è normalmente presente nei monitor moderni, nelle
funzioni di setup. Anche se a logica potrebbe sembrare corretto tarare
il monitor a 5000 K, la stessa temperatura di colore della carta su cui
stamperemo, questo sarebbe un errore. Infatti questa taratura del
monitor lo renderà piuttosto giallognolo e comunque l’immagine
visualizzata non sarà aderente alle stampe su carta che verranno
prodotte, anche se queste ultime saranno viste sotto una luce a 5.000
K. Questa apparente discrepanza dipende dal mezzo fisico differente,
carta e monitor infatti hanno evidentemente dei modi ben differenti di
presentarci la stessa immagine. Questo è un punto importante, poiché i
monitor vengono consegnati con la temperatura di colore preselezionata
in fabbrica, attorno ai 9000/9300 K.

Attenzione:
se già siete abituati al monitor tarato attorno ai 9000 K, valore di
fabbrica, abbassando la temperatura di colore a 6.500 K vi sembrerà
tutto giallo. Questo è normale e dipende dal vostro cervello, che dovrà
riabituarsi ad un bianco differente. Ma, superata questa impressione
iniziale, dopo pochi giorni di uso non farete più caso alla differenza
poiché il vostro cervello si sarà abituato al nuovo bianco, a tutto
vantaggio delle stampe che farete.

Bianco così bianco che più bianco non si può
Avrete
capito che uno dei segreti per ottenere colori fedeli è il bianco.
Vediamo allora quali sono le fasi pratiche per una corretta
calibrazione del monitor.

Lo scopo finale della calibrazione e del profiling è, come abbiamo visto, creare un file che conterrà una tabella (LUT = Look Up Table)
i cui valori diranno alla scheda video quali segnali dovrà emettere per
fare in modo che un determinato colore possa essere emesso
correttamente dal monitor. Per creare questa tabella, che da ora
chiameremo con il suo nome proprio, LUT, dovremo ricorrere a strumenti
hardware e software specifici.

E’ bene chiarire subito
una cosa: non è possibile calibrare alla perfezione il monitor senza un
colorimetro elettronico (detto anche "sonda" o "sensore") che,
applicato allo schermo, legga realmente l’immagine restituita dal
monitor. Questo colorimetro elettronico ha un costo che oggi è del
tutto ragionevole: ne esiste un modello, lo Spider della ColorVision
(www.colorvision.com), che è venduto a circa 100 US$. Consiglio una
visita anche ai vari B&H, Adorama ecc., visto che usualmente hanno
prezzi molto competitivi. Insomma, poche scuse: fatevi un regalo utile,
comprate questo od un altro colorimetro elettronico e calibrate
definitivamente il vostro monitor, automaticamente ed in pochi minuti,
levandovi di torno il problema per sempre.
Per chi fosse resistente
all’acquisto, posso elencare almeno altre 5 soluzioni software, alcune
delle quali addirittura gratuite, ma che, portroppo, devono contare
sugli occhi di chi sta facendo la calibrazione per creare la LUT.
Sfortunatamente, a meno che non siate Superman, la capacità del nostro
occhio di discernere tra i vari colori è abbastanza limitata, non
paragonabile assolutamente all’occhio elettronico di un sensore
specifico. In altre parole, la LUT risultante non sarà mai perfetta.
Vediamo dunque come operare nei due modi, con il colorimetro
elettronico e senza. Alcuni punti sono in comune ad entrambe le
procedure:

  • Primo:
    l’area di lavoro, la scrivania, il desktop, chiamatelo come volete.
    Togliete la foto della fidanzata o del figlio, via anche il bucolico
    paesaggio scattato nelle ultime vacanze e sostituite il tutto con un
    "bel" grigio neutro. Questo per due ragioni: risparmiare i reofori
    dello schermo, i quali, in questo modo, avranno una resa uniforme, e
    non avere elementi di disturbo durante il lavoro.
  • Secondo:
    lasciate acceso il monitor per almeno mezz’ora prima di procedere alla
    calibrazione (e sempre mezz’ora prima di cominciare a lavorare). Questo
    neutralizzerà eventuali derive termiche dei componenti elettronici del
    monitor, sia esso CRT o LCD.
  • Terzo:
    pulite accuratamente il monitor, usando prodotti specifici. Non usate
    alcool denaturato o altri detergenti. Al massimo, per i CRT, alcool
    isopropilico, quello usato per pulire le testine magnetiche; lo trovate
    nei negozi di elettronica. Una buona idea per i CRT è anche la
    soluzione che usiamo per pulire i vetri degli obiettivi, da usarsi in
    piccole quantità su di un panno molto morbido o cotone idrofilo reso
    ben gonfio di aria e poi passato delicatamente sullo schermo. Mai
    spruzzare liquidi direttamente sul monitor. Per gli LCD non me la sento
    di consigliare alcun liquido, ma solo un panno morbidissimo o cotone
    idrofilo molto gonfio di aria, passato a secco con molta delicatezza e
    solo verticalmente sullo schermo. Qualcuno suggerisce l’uso di una
    soluzione al 50% di acqua distillata e alcool isopropilico. Non l’ho
    mai usata, se credete potete tentare, ma a vostro rischio e pericolo.
    Mai usare materiali abrasivi (carta, normale o igienica che sia;
    unghie, spugne o altre invenzioni estemporanee): gli LCD sono
    delicatissimi, ma anche i CRT non sono da meno, visto che gli schermi
    moderni sono rivestiti da un sottile strato antiriflesso che si
    danneggia facilmente. Per togliere solo la polvere usate un pennello
    molto morbido, io uso un pennellone da make up in martora
    rubato tempo fa a mia moglie. Evitate di toccare il monitor con le
    dita. Lavorando è quasi istintivo indicare questo o quel particolare al
    cliente o all’amico, sparando l’indice sullo schermo. Le impronte
    digitali sono tra le cose peggiori da togliere, sopratutto dagli LCD.
  • Quarto:
    mettetevi nella situazione di luce ambiente nella quale siete abituati
    a lavorare. Idealmente l’ambiente di lavoro dovrebbe essere, in
    penombra e senza luci dirette. Se ci sono finestre nei dintorni curate
    che siano di fronte a voi, non alle vostre spalle, altrimenti i
    riflessi vi giocheranno brutti tiri. Per i professionisti o per i
    maniaci, ricordate che anche il colore degli abiti e delle pareti della
    stanza possono influenzare la calibrazione e la visione.
  • Quinto, mettiamo il contrasto del monitor, usando l’apposito comando, al massimo.
  • Sesto, regoliamo la temperatura di colore del monitor a 6.500 K.

Terminata la parte comune, vediamo dunque le calibrazioni con e senza colorimetro elettronico.

Con il colorimetro elettronico
Fatto
tutto quanto sopra, apriamo la confezione con il colorimetro
elettronico, installiamo il software di calibrazione e infiliamo il
cavo del colorimetro in una delle porte USB. Accortezza: il colorimetro
elettronico è meglio che sia collegato direttamente al computer, non ad
uno hub USB. E’ anche buona norma scollegare tutto quello che potrebbe
dare conflitto sulle altre porte USB. Per questa calibrazione uso un
colorimetro elettronico Spider Colorvision ed il software Optical della
Pantone-Colorvision. Anche se mi riferisco a questi ultimi,
praticamente tutti gli altri prodotti in commercio hanno un workflow
simile.

Il
software di calibrazione Optical della Colorvision, con la finestra di
Precalibrazione che indica la corretta posizione ove collocare il
sensore tramite le apposite ventose.

Come
prima cosa, se usiamo Photoshop, annulliamo l’avvio automatico di Adobe
Gamma Loader (solitamente presente nel menu Esecuzione Automatica, su
Windows). Lanciamo dunque il software di calibrazione. Quando
richiesto, regoliamo contrasto e luminosità come suggerito dal
programma. Ancora quando richiesto, applichiamo il colorimetro
elettronico con le apposite ventose al CRT o appendiamolo sopra l’LCD
con l’ausilio del contrappeso in dotazione, nella posizione che il
software ci richiederà. Clicchiamo su OK ed il software inizierà la
sequenza di calibrazione, che consiste nell’emissione da parte del
monitor, davanti al colorimetro elettronico, di una serie di colori
prestabiliti e di una scala di grigi molto accurata. Ma cosa sta
succedendo? Semplice: questi colori prestabiliti, i cui valori RGB sono
noti al software, vengono letti sullo schermo dal colorimetro
elettronico e, attraverso la porta USB, ripassati nuovamente al
software. Per differenza tra il colore emesso dal software verso il
monitor e quello che il monitor realmente emette, a sua volta letto dal
colorimetro, viene creata la LUT.

Il colorimetro al lavoro sul monitor

Una
volta completata la sequenza di colori e grigi, il software di
calibrazione provvede a creare un profilo specifico compensato, neutro,
senza dominanti di colore, basato sulla LUT appena calcolata. Questo
profilo sarà caricato ad ogni accensione del sistema, e dirà alla
scheda video quali segnali emettere per poter aver un monitor
colorimetricamente perfetto. Il profilo prodotto sarà basato sugli
standard ICC/ICM, rendendo comprensibile la colorimetria del monitor
anche alla maggior parte dei sistemi operativi (Mac o Win) e, più
importante, a tutti i software che, come Photoshop, sono in grado di
interpretarli. Questo garantirà, da ora in avanti, che l’incarnato
della fidanzata che vediamo sullo schermo in Photoshop sia proprio
quello.

Senza il colorimetro elettronico
A
costo di ripetermi: i nostri occhi, per quanto giovani e buoni siano,
non raggiungeranno mai la precisione di un colorimetro: sono troppo
soggettivi. Ma per chi non possiede e/o proprio non vuole acquistare il
sensore e relativo software, esistono altre possibilità. Su Macintosh
ci si affida solitamente ad una utility apposita inclusa nel sistema
operativo, ColorSync. Su Windows si può usare Adobe Gamma, una utility
di calibrazione fornita in bundle con Adobe Photoshop ed installata
automaticamente insieme ad esso.
Dal Pannello di controllo lanciamo
dunque Adobe Gamma: ci troveremo davanti la finestra seguente (le
istruzioni d’ora in avanti si riferiranno ad Adobe Gamma su Windows, ma
sono sostanzialmente applicabili anche all’utility Apple ColorSync).


E noi sceglieremo Step By Step. Clicchiamo indi su Next.


Ci
apparirà la finestrella qui sopra, la quale ci chiede di identificare
inequivocabilmente con un nome il profilo che stiamo per creare, in
modo da essere riconoscibile nelle applicazioni che lo leggeranno.
Scriveremo il nome del profilo creato tipo "mio monitor data". Il nome
non è molto importante, ma la data sì, visto che è consigliabile rifare
la calibrazione almeno una volta al mese. Esiste anche un pulsante Load
per caricare e modificare profili preesistenti. Diamogli dunque un nome
e clicchiamo su Next.


Questo
è il primo passo per la calibrazione. Usando i controlli del monitor,
portate (nel caso non lo aveste fatto prima) il contrasto al massimo
possibile. Di seguito, con il controllo della luminosità andate a zero
e lentamente risalite fino a quando il quadrato centrale grigio, nel
nero, non appare. Deve essere al limite minimo della visibilità. In
caso di dubbi tornate con la luminosità a zero e risalite nuovamente.
Fatto ciò, cliccate su Next.


Basandosi
sul profilo attuale, Adobe Gamma tenta di capire quali sono i fosfori
specifici del monitor collegato. Nel caso in cui insieme al monitor ci
fosse stato fornito un dischetto di installazione a suo tempo
installato, nel menu troveremo il profilo esatto del nostro monitor.
Alternativamente avremo due scelte possibili:

  • Trinitron
    (tipico dei monitor Sony): è facilmente identificabile per la presenza
    di due sottilissime righe orizzontali nella parte alta ed in quella
    bassa dello schermo. Queste due righe orizzontali in realtà sono
    disturbi generati da due fili della dimensione di un capello che
    passano all’interno del tubo catodico. Questi due fili minuscoli sono
    unici nei cinescopi Trinitron e li identificano inequivocabilmente.
  • In
    tutti gli altri casi sceglieremo P22-EBU, un profilo generico, ma che
    ben si adatta alla maggior parte dei fosfori dei monitor in commercio.

Clicchiamo su Next.


E qui arriva il bello. Solo chi ha provato sa cosa vuole dire calibrare a occhio…
Questa finestra consente di calibrare i mezzi toni. Scelto dunque di
lavorare con un singolo gamma (opzione in alto), cominciamo a muovere
il cursore orizzontale fino a quando il quadrato centrale sembri
dissolversi dentro quello maggiore con le righine orizzontali. A parole
è facile…
Alcuni trucchi per facilitare il compito:

  • Guardate il monitor in penombra (chudete le imposte se è il caso).

  • Posizionatevi
    ad una distanza di circa 2 metri dal monitor o ad una distanza tale da
    quasi non vedere più le righine del quadrato maggiore.

  • Fissate il quadrato centrale tentando di non chiudere le palpebre.

  • Fissatelo a lungo muovendo lentamente il cursore avanti ed indietro.

  • Il quadrato centrale tenderà a divenire più scuro andando con il cursore a sinistra e più chiaro andando a destra.

  • Il
    punto esatto è quella minuscola frazione di spazio ove non è né chiaro
    né scuro paragonato con il quadrato maggiore con le righe.

Quando avete finito, non cliccate su Next: deselezionate invece l’opzione Single Gamma Only.


Questo
è il vero punto critico. Usando i trucchi di prima, fate la stessa
regolazione in ciascuno dei tre quadrati dei colori primari.
Personalmente trovo il blu piuttosto difficile, altri hanno maggiori
difficoltà con il verde; ma perseverate, perché la precisione del
profilo che stiamo creando dipende in gran parte da questa regolazione,
che serve a neutralizzare le dominanti del monitor.


Terminato
di "dissolvere" i tre quadratini colorati, impostiamo il Gamma
desiderato, sulla base dei ragionamenti fatti in precedenza. Adesso
possiamo cliccare su Next.


Tra
le varie fasi in comune (cioè da fare sia con che senza la sonda) c’era
già l’indicazione di impostare il monitor a 6500 Kelvin. Anche in
questa finestrella collocheremo tale valore, in modo da istruire la
scheda video a comportarsi di conseguenza. Volendo è possibile
scegliere anche valori diversi, ma 6500 Kelvin è una temperatura di
colore universalmente riconosciuta come ideale per lavorare con i
monitor. Inoltre, a valori diversi, la scheda video potrebbe essere
forzata a lavorare al limite delle sue possibilità, con comportamenti
imprevedibili.


Fine
della calibrazione. Cliccando in After e Before vedremo gli effetti
della nuova LUT che abbiamo appena generato. Se siamo soddisfatti del
risultato, clicchiamo su Finish, altrimenti possiamo ritornare sui
nostri passi con il tasto Back.

Cliccando su Finish,
ci verrà presentata una finestra attraverso la quale potremo salvare il
nostro profilo con nome e data della prima finestra di questa
procedura. Il profilo di colore verrà automaticamente caricato da Adobe
Gamma Loader ogniqualvolta accenderemo il nostro computer.

I profili creati, con o senza colorimetro elettronico, vengono salvati qui:

  • Windows 98, 98 Seconda edizione e ME: cartella windows\system\color

  • Windows 2000 e XP: cartella system32\spool\drivers\color

  • Mac OS 9.x: i profili ColorSync si trovano nella Cartella sistema/Profili ColorSync

  • Mac OS X: i profili ColorSync si trovano nella cartella Library/ColorSync/Profili

Esistono
molti altri software in grado di fare lo stesso lavoro di Adobe Gamma,
ma l’unico gratuito che ritengo proponibile è composto dalla coppia
Quick Monitor Profile e Quick Gamma Loader, reperibili alla URL
http://shaderlab.com .

Con il colorimetro elettronico invece abbiamo una buona scelta:

Bene,
abbiamo fatto il primo passo. La teoria e la pratica del colore
coinvolgono necessariamente anche Photoshop, la stampante, la macchina
fotogràfica digitale e/o lo scanner. Ma per il momento fermiamoci qui,
con la fidanzata felice di avere ritratti finalmente corretti.

Michele Ronchi © 01/2005

N.B. Per una panoramica sugli aspetti teorici del colore, si può consultare questo articolo.

 

Alla coppia di software proposta nell’articolo vorrei aggiungere anche il buon EIZO test monitor, gratuito, ci accompagna in 24 step alla calibrazione del nostro schermo. La procedura si esegue senza difficoltà in 5 minuti, i risultati non sono certo paragobabili a quelli ottenuti con un colorimetro,  ma comunque meglio che impostare come valori di luminosità e contrasto i numeri della ruota di bari.

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Technorati Profile

Riporto un articolo di Mike Ronchi apparso già qualche tempo fa su Nadir, a mio avviso il miglio approfindimento riguardo alla pulizia del sensore.

 

"La scoperta si è fatta
sentire pesantemente un paio di mesi fa, durante un viaggio in
Argentina, quando alcuni maledettissimi corpuscoli si sono incollati al
sensore e non c’era verso di cacciarli fuori con i sistemi… Canonici.
Così mi sono visto costretto a trovare una soluzione visto che,
lavorando con diaframmi chiusi, i punti neri venivano pesantemente a
galla. Kit.jpgOrbene, una piccola ricerca su internet mi ha rivelato che sul
mercato ci sono decine di prodotti adatti alla pulizia, più o meno
liquidi, più o meno validi e più o meno rischiosi. Ma sono tutti
carissimi, specialmente per chi, come me, paga l’80% di tasse di
importazione. Insomma, non mi andava di spendere tanto denaro, né di
attendere sessanta giorni per l’importazione parallela (neanche troppo
economica). Ma il sensore della 20D era lì, sempre più sporco e,
peggio, anche la 1DsMkII cominciava a manifestare i primi bubboni. Alla
fine, costretto dalle circostanze ho messo la materia grigia in
funzione per cercare una soluzione. Ho cominciato perciò a raccogliere
informazioni su come i sensori (CMOS o CCD) sono costruiti e sulla
natura della polvere.

Polvere e sensori
Tutti i sensori che esistono nelle macchine digitali, una volta alzato
lo specchio e aperta la tendina, anche se non sembra, non sono in
diretto contatto con l’ambiente. A otturatore aperto, quell’oggetto
verdastro che si vede in fondo alla camera è senza dubbio il sensore,
ma tra noi e lui c’è un vetro ottico finemente lavorato e
supertrasparente, il filtro Antialias. Questo filtro ha il compito di
"arrotondare" i segnali luminosi che arrivano al sensore. Per capire a
che serve, immaginiamo di fotografare una linea diagonale nera su fondo
bianco senza questo filtro. Ingrandendo la linea scopriremo che la
diagonalità è in realtà frutto di una serie di scalini successivi,
esattamente come una scala. Il filtro antialias sfoca il minimo
indispensabile l’immagine per minimizzare l’effetto scala, rendendo la
linea più uniforme possibile. Questa è la ragione per cui tutte le
fotografie digitali hanno bisogno di sharpen, ovvero di un aumento del
contrasto localizzato, per controbilanciare l’effetto del filtro AA.
Inoltre, il filtro AA si interpone fisicamente tra il sensore e
l’ambiente esterno, ed è su di lui che la maledettissima polvere si va
a depositare. E per fortuna che esiste, altrimenti sarebbero guai: il
sensore è un dispositivo molto fragile e pulirlo sarebbe molto
rischioso.

La polvere è presente in qualsiasi ambiente, fatte salve le camere
bianche, locali estremamente puliti ove, per esempio, vengono prodotti
i chip elettronici, i CD ed i DVD, preparati medicinali o prodotti ad
altissimo grado di purezza.
Sostanzialmente la polvere altro non è che un insieme di minuscoli
corpuscoli di qualsiasi elemento, talmente leggeri che anche una minima
corrente d’aria li fa volare. Questi maledetti corpuscoli possono
essere completamente secchi o, peggio, impregnati di liquidi più o meno
viscosi.
Quello che succede con la macchina fotografica è che, durante il cambio
della lente, anche se stiamo attentissimi, inclinando la macchina a 45
gradi verso il basso, con il vento a favore ecc. ecc. inevitabilmente
un po’ di polvere finisce dentro la fotocamera. Allo scatto successivo,
lo spostamento d’aria prodotto dallo specchietto che si alza e dalla
tendina che si apre mette in movimento i corpuscoli i quali finiscono
per concentrarsi sul filtro AA. La ragione più plausibile per questa
concentrazione è che il vetro del filtro AA si carica di elettricità
statica, indotta dalla corrente che circola nel sensore retrostante.
L’elettricità statica attrae come una calamita i corpuscoli di polvere
eventualmente presenti all’interno della fotocamera. Tra l’altro, più
grande è il sensore, maggiore è l’elettricità statica generata e
maggiore la forza con cui i corpuscoli vengono attratti. Per questo la
20D ci ha impiegato 8 mesi a sporcarsi, mentre la 1Ds solo un paio. Se
la polvere è secca, alcuni colpi dati con una peretta sono sufficienti
a staccarla dal sensore e sloggiarla dalla macchina, ma se è mescolata
a sostanze viscose l’affare si complica. A causa della superficie
estremamente liscia del filtro AA il corpuscolo umido aderisce come una
ventosa e il "menisco" che si forma intorno a lui ha bisogno di più
forza di quella generata dal getto d’aria della peretta per essere
rotto. E qui nasce il problema. Canon raccomanda di usare solo il
perettone (niente aria compressa, mi raccomando!) e, se così non
funziona, di mandare il tutto a loro per la pulizia. Ma, e qui c’è un
ma grande come una casa, tutto ciò costa. Costa la pulizia, costa
restare senza fotocamera alcuni giorni e costa ancora di più constatare
che, al ritorno, la polvere è ancora quasi tutta lì, ovvero non è detto
che tutti i laboratori Canon facciano un lavoro impeccabile.
Dunque, quali altre possibilità ci sono? Consideriamo quanto segue: il
sensore è sicuramente fragilissimo, ma la polvere non è sul sensore
bensì sul filtro AA, il quale è di vetro ottico, fragile senza dubbio,
ma non più fragile di un qualsiasi sottile pezzo di vetro. Sicuramente
è meno fragile del rivestimento Multi-coated di un buon filtro UV che
puliamo tutti i giorni senza grandi cerimonie. E come qualsiasi pezzo
di vetro può essere pulito con successo a patto di usare una tecnica
appropriata e grande attenzione. E dunque…

Cosa NON usare mai per pulire il sensore
Aria compressa in bomboletta o compressore: la pressione potrebbe
rompere il filtro AA. Inoltre sia l’una che l’altra possono "sparare"
propellente o, nel caso del compressore d’aria, olio dei cilindri
esattamente sul filtro.
Anche alcuni perettoni, ho scoperto a mie spese, possono sparare
residui di gomma sul filtro. Acquistando un perettone è buona norma
provarlo ripetutamente su una superficie lucida nera per essere certi
di non sparare, insieme all’aria, frammenti di gomma.
Cotton Fioc, anche di tipo chirurgico: sono estremamente porosi e più
che pulire sporcano. Inoltre la porosità li rende molto ruvidi, da cui
il rischio di graffiare il filtro AA. Da evitare.
Panni vari, anche per uso fotografico: rilasciano fibre indesiderate. Sporcano invece che pulire.
Pennelli: vietati tutti quelli con pelo di origine animale, che
potrebbero rilasciare elementi chimici residui del trattamento o
residui di grassi animali.
Cartine per la pulizia delle lenti: quelle comunemente usate per la
pulizia delle lenti sono troppo aggressive. Non vanno usate, ad
eccezione delle cartine specifiche Pec Pad e solo su sensori CMOS. Non
sono adatte ai sensori CCD.



Liquidi per la pulizia delle lenti: non vanno usati perché sono tutti
lievemente impuri e lasciano residui ed aloni. L’unico utilizzabile è
metanolo al 99,999% (Eclipse)
Nastro adesivo: ho letto su internet che qualche matto sta suggerendo
di incollare del nastro adesivo 3M Magic sul filtro AA per poi
ritirarlo con incollata la polvere… Tipo il rullo adesivo per
togliere la polvere dai vestiti. SIC! A parte il fatto che la colla
potrebbe rimanere al posto della polvere, si potrebbe staccare il
filtro AA con disastrose conseguenze. Da evitare!

Come pulire il sensore
Esistono in commercio alcuni liquidi e alcune "Swab", spatole,
specifiche per la pulizia del sensore. L’accoppiata Swab e metanolo è
senz’altro funzionale, ma prevede l’acquisto di una fiaschetta di
metanolo puro al 99.999% impresa tutt’altro che facile visto che i
produttori statunitensi, a causa della legislazione in vigore, non
possono spedirlo per via aerea poiché estremamente infiammabile. Inoltre le swab, comunque inutili senza il metanolo, sono carissime: ci
vogliono 45 dollari per 12 swab monouso. E se la macchina è molto
sporca ne occorre probabilmente una scatola intera. Inoltre il rischio
di danno è grande. Infatti collocare più di un paio di gocce di
metanolo sulla swab di pulizia (mai direttamente sul sensore) potrebbe
portare l’eccesso di liquido dietro al filtro AA a diretto contatto con
il sensore vero e proprio con effetti, ancora una volta, disastrosi. Ma
questa tecnica è consigliata sia da Olympus che da Kodak e viene
utilizzata con successo da tantissimi fotografi anche su altri corpi,
Canon e Nikon in testa. È consigliabile quando esiste polvere
incollatissima, che proprio non se ne vuole andare, o quando si bagna
il filtro AA (con pioggia o neve nel cambio lente) per eliminare
l’alone che immancabilmente si forma. Ma sono casi estremi.

Nella stragrande maggioranza dei casi, per pulire il sensore è
sufficiente, udite udite, un pennello acrilico caricato
elettrostaticamente. Questa è la tecnica che ho copiato da un’azienda
americana la quale vende un pennello acrilico da 5 Euro e un manuale di
istruzioni all’iperbolica cifra di 140 dollari + spese di spedizione.

Il pennello statico
(attenzione: perché la procedura funzioni bisogna seguire alla lettera quanto segue)
Dopo aver visto il pennello nel sito americano, la prima cosa che mi è
venuta in mente è stata il righello di plastica e i pezzetti di carta
che, alle elementari dei miei tempi, la maestra usava per spiegarci la
magia dell’elettricità statica. Non vedo perché non replicarlo senza
spendere un capitale!
Pennello2.jpgIl sistema è tanto semplice quanto geniale. Fermo
restando il fatto che il filtro AA non è così fragile come viene
descritto nei manuali, si tratta di caricare un pennello
elettrostaticamente e passarlo con gentilezza sul filtro AA. La polvere
varrà "spazzata" via e rimarrà fissata elettrostaticamente alle setole
del pennello. L’azione è più efficace della pompetta perché
meccanicamente più incisiva, rimuovendo anche i corpuscoli umidi, ma
senza essere pericolosa per il filtro AA. Inoltre non prevede liquidi.
Insomma, funziona meravigliosamente bene.
Il pennello deve essere acrilico, altrimenti non si carica
staticamente, e morbidissimo, per scongiurare il rischio di graffiare
il sensore. In fase di acquisto, per testarne la morbidezza, è
sufficiente passarlo sul labbro, ricordando poi di comprarne uno
sigillato, non quello che abbiamo testato, visto che la nostra pelle è
oleosa e dobbiamo evitare di contaminare le setole. Il pennello deve
essere "a spatola", non rotondo, con le setole di almeno 2 cm di
lunghezza per mantenersi soffice e flessibile, e della larghezza del
sensore, o di un millimetro maggiore. Nel mio caso,15 mm per la 20D e
24mm per la 1DsMkII. Deve essere tassativamente e assolutamente privo
di colla, con le setole trattenute in sede per schiacciamento del
canotto metallico che lo unisce al manico. Il manico deve essere di
legno o plastica, o altro materiale isolante. Sembra complicato ma non
lo è. La maggioranza dei pennelli per uso cosmetico e quelli di ottima
qualità per pittura sono così. Qui in Brasile, dove vivo, ne ho
comperati due a circa 5 Euro cadauno, perfetti per lo scopo, in un
negozio specializzato in articoli per pittura. Quelli per cosmesi,
anche se migliori, purtroppo sembrano essere tutti rotondi. Quelli che
ho visto a spatola sono troppo piccoli.

Come testare e preparare il pennello elettrostatico
Scelto con la massima cura il pennello, con le specifiche qui sopra, la
prima cosa che dobbiamo fare è assicurarci che non vi sia colla tra le
setole. A volte, per preservare i pennelli durante il trasporto le
setole vengono impregnate di una colla a base d’acqua, così da rendere
il pennello rigido e resistente. Al pittore questo non fa né caldo né
freddo, pochi secondi in acqua e, per lui, la colla se ne va. Fermo il
fatto che noi non dovremmo scegliere uno di questi pennelli, i quali si
presentano nella rastrelliera del negozio con le setole rigide,
dobbiamo assicurarci che non esistano colle o residui di lavorazione.
Operiamo così, grazie ad un suggerimento tratto da internet: prendiamo
un filtro UV Multicoated e puliamolo alla perfezione come siamo
abituati (personalmente uso Lenspen). Appoggiamo il filtro su di un
panno nero e con vigore spennelliamo il filtro avanti e indietro con il
pennello almeno 250 volte (500 volte in totale) Non ci vuole molto,
circa 3-4 minuti. Ciò fatto, osserviamo bene il filtro in luce radente.
Se il pennello era davvero privo di colla, non vedremo nulla. Invece,
se nelle setole si trovava della colla, sul filtro rimarranno striature
parallele alle pennellate che abbiamo dato. In questo caso laviamo il
pennello con una goccia di shampoo neutro e tanta acqua corrente,
avendo cura di mettere il pennello di punta sotto il getto d’acqua.
Lasciamo asciugare per una notte e ripetiamo il test del filtro. Se
ancora persistono rigature, altro lavaggio e altro test. Si può
arrivare anche a 5-6 lavaggi prima di eliminare completamente la colla.
Ma se il pennello è di ottima qualità, di quelli che arrivano allo
scaffale sigillati singolarmente, probabilmente non ci sarà segno di
colla già dal primo tentativo.
Fatto ciò il pennello è pronto. Ricordiamoci di non toccarlo mai con le
dita. Se succede per errore ripetiamo un ciclo di lavaggio.

Pulire il sensore

Per pulire il sensore serve:

  • il pennello preparato come descritto qui sopra
    una bomboletta di aria compressa secca o il perettone per la pulizia
  • la macchina fotografica…
  • un’ottica qualsiasi che chiuda a f/22 minimo
  • un computer

Cominciamo così: apriamo Photoshop o qualsiasi altro programma di edizione e creiamo una immagine bianca a tutto schermo.
Montiamo l’ottica sulla camera, e in Av impostiamo il diaframma più
chiuso possibile. Focheggiato in manuale in qualsiasi posizione,
puntiamo l’ottica nel monitor e scattiamo la foto. Non importa se non
si sta fermi. La polvere sul sensore tremerà insieme al sensore e non
risulterà mossa.
Apriamo la foto scattata in Photoshop e valutiamo la polvere che
abbiamo sul sensore (questo primo scatto è indispensabile perché la
polvere si vede solo su fondi uniformi e a diaframmi chiusi. Puó
capitare di avere il sensore infestato e non saperlo!)

Valutata la polvere,
rimuoviamo l’ottica, assicuriamoci di avere le batterie cariche al 100%
o l’alimentatore esterno collegato e mettiamo la macchina in posa B o
in modalità di Sensor Clean. Lo specchio si alza e rimane alzato e la
tendina si apre e rimane aperta, scoprendo il filtro AA con dietro il
sensore.
sparando_aria_sul_pennello.jpg Prendiamo il pennello e spariamoci contro aria compressa
dalla bomboletta prestando attenzione ad investire con il getto tutta
la superficie del pennello da un lato e dall’altro, ruotando lentamente
il pennello davanti al getto. Muovete a destra e sinistra il pennello,
non la bomboletta, per evitare fuoriuscite del propellente. Ancora, non
agitare la bomboletta prima dell’uso per non far alzare eventuali
residui mescolati con il gas. Investiamo bene tutto il pennello con il
getto d’aria. Questa operazione dovrà durare 10-20 secondi e servirà a
caricare il pennello elettrostaticamente oltre che pulirlo da eventuali
residui rimasti intrappolati tra le setole.
Con un movimento fermo e gentile, passiamo il pennello sul filtro AA da
destra a sinistra una volta sola, spennellando l’intera superficie con
una passata uniforme, senza premere eccessivamente. La pressione giusta
è circa quella che si applica ad una biro per scrivere.

Ripetiamo il punto 5, sparando aria nuovamente sul pennello.
Di nuovo con movimento fermo e gentile, spennelliamo stavolta da sinistra a destra.
E di nuovo il punto 5: spariamo aria sul pennello ruotandolo e
muovendolo a destra e sinistra per investire ogni setola con il getto
d’aria.
Ripetiamo il punto 6.
Ripetiamo il punto 5.
E, per ultimo, ancora il punto 8.

Avremo spennellato alternativamente sx-dx-sx-dx, quattro volte in
tutto. È importante spennellare una volta sola, in una direzione sola,
ricaricando/pulendo il pennello ad ogni passata con il getto d’aria.
Altrimenti, invece di pulire il sensore muoveremo la polvere da un
posto all’altro.

spennellando.jpg
A questo punto spegniamo la macchina per chiudere tendina e specchio,
rimontiamo l’ottica e ripetiamo la foto di test. Analizzandola dovremmo
vedere la polvere decisamente ridotta, se non del tutto scomparsa. Se
ce ne fosse ancora ripetiamo l’operazione appena descritta. Se dopo 3 o
4 tentativi alcuni granelli rimangono ancora visibili (generalmente
rimangono nella stessa posizione) significa che sono molto incollati e
per rimuoverli è necessario usare il sistema umido prima descritto. Ma
nel 90% dei casi il pennello statico risolve brillantemente il problema
polvere.

Altre applicazioni
Ho applicato lo stesso sistema, con successo, per la pulizia dello
specchio e del vetrino di messa a fuoco di qualsiasi reflex, analogica
o digitale che sia. Funziona anche per pulire diapositive e negativi
impolverati, prima di passare alla scansione.
Tutto ciò detto, non mi rimane altro che prendere un antistaminico e augurarvi buone spennellate!

Mike Ronchi © 07/2005

Attenzione!
Per quanto le procedure descritte siano state testate e ritenute
sicure, non sono prive di rischi. Se non vi sentite in grado di
replicarle esattamente, o non siete sicuri dei materiali da utilizzare,
non tentate. Rimandate la macchina all’assistenza autorizzata. Nadir e
Mike Ronchi non si assumono alcuna responsabilità per eventuali danni
causati dall’applicazione di quanto suggerito nell’articolo."

 

Ecco, figuratevi se le responsabilità se le prende Creativamente…..Smiley

 

 

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Un po’ di tempo fa sono stato con marcogiallo e cugina a Chianni o meglio alla Vitalba dove hanno costruito il parco eolico (quello che si vede sopra Castellina Marittima per chi conosce questi posti).

Consiglio a tutti di farci una giratina (anzi se sono libero ci ritorno volentieri 
) per rendersi conto veramente di quello che sono queste famigerate
pale eoliche. A dispetto di tutte le dicerie devo dire che non fanno
assolutamente rumore, come si potrebbe credere (c’era un vento medio e
non fortissimo) e devo dire che sono anche belline a vedersi,
sicuramente più belline di un traliccio dell’alta tensione!!

A parte questo, quale occasione migliore per scattare due foto un po’ diverse dal solito!!!

Ho fatto una galleria con gli scatti migliori, e devo sicuramente
ringraziare marcogiallo che mi ha gentilmente concesso di usare il suo fantastico obbiettivo (un giorno ne avrò uno anch’io….) che ha permesso di tirare fuori degli scatti migliori

Un
ultima considerazione per l’ultima foto della galleria: è stata
ottenuta mettendo insieme tre foto con tempi di posa di 1/6 di secondo
e distanza focale 32, questo per ottenere l’effetto mosso (non ho
potuto ottenere tempi più bassi con la luce che c’era, forse al
tramonto….). Siccome il singolo scatto non rendeva bene l’idea del
movimento ho unito le tre foto. Mi è già stato fatto notare da Giulio
che nella composizione della fotografia non sono stato proprio
bravissimo visto che le due pale sono sovrapposte e quella dietro si
vede poco…per il resto che ne dite?

Guardatevi tutta la galleria!!

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caffe.jpg 

Torno da un giretto a Lisbona, e prima di postare qualche foto (ancora da sistemare), segnalo volentieri questo bell’articolo di Ludofox apparso su Nital.

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Oggi posto un’introduzione alla tecnica dell’HDR, il lavoro non è mio, ma di Giulio, che ha deciso di mettere a disposizione di tutti la propria notevole esperienza.

Consiglio a tutti la lettura della guida, mentre per dubbi, domande o approfondimenti potete scrivere nei commenti o direttamente a Giulio.

Scaricate qui la guida.


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Sarebbe un bel casino.

La teoria dice di non preoccuparsi dei colori, che verranno aggiunti in fase di elaborazione digitale, e di tener presente che l’immagine può esser invertita, portando così a risultati di maggiore impatto.

La prima questione riguarda il soggetto, il fumo va trovato, o fabbricato.

Graham Jefferey utilizza sempre lo stesso tipo di incenso, io ho provato con dei comuni bastoncini comprati al mercato, se il fumo non è sufficientemente “spesso” basta accenderne due, anche se personalmente ho avuto ottimi risultati rivestendo il bastoncino con la cera di una candela.

Trovata la materia prima dobbiamo allestire il set, fondale preferiblmente bianco o nero, ad almeno un metro dal fumo, e fonte luminosa.

Ecco, è l’illuminazione la questione impegnativa.

A dir la verità basterebbe un flash da 1000-2000 watt, se non l’avete bisogna ingegnarsi.

Tutto nasce dall’esigenza di non perdere nessun dettaglio dell’immagine, e quindi non possiamo assolutamente aumentare il valore ISO, perchè porterebbe ad un aumento del rumore.

Naturalmente non possiamo neanche utilizzare tempi lunghi, perchè il fumo ha la pessima abitudine di salire verso l’alto, e un tempo maggiore di 1/250 darebbe un mosso.

Per semplificare le cose, scattando da vicino su un soggetto in movimento, è necessario avere quanta più profondità di campo possibile, e quindi il diaframma ben chiuso.

Tutto ciò si risolve solo con tanta tanta luce.

E non basta, perchè bisogna far attenzione che la luce non colpisca nè le nostre lenti nè il fondale.

Per le mie prove ho utilizzato un flash esterno accoppiato ad una quarzina da 1000 w, entrambi posti lateralmente rispetto alla scena.

Con due alette d’alluminio ho mascherato sia il fondale che l’obbiettivo, concendrando quindi la luce solo sul soggetto.

Purtroppo la quarzina genera un calore spaventoso, che oltre a bruciare attrezzatura e fotografo scalda l’aria, e di conseguenza rende più veloce il movimento del fumo.

Inoltre, nel caso la sessione si prolunghi per più di qualche minuto, è importante che la stanza sia ben areata, perchè se l’aria non circola il fumo ristagna, e se il fumo ristagna la foto perde nitidezza.

Se siete riusciti a scattare almeno un’immagine buona, avete vinto, l’elaborazione digitale sarà una sciocchezza.

Dopo aver scelto ed aggiustato la composizione, lavorate un pochino con le curve, finchè lo sfondo sarà completamente bianco o nero.

Per colorare il fumo basterà invece intervenire su “tonalità e saturazione” (ctrl+u), eventalmente selezionato e sfumato alcune parti d’immagine.

Via, provate, e fateci sapere cosa vien fuori.

(immagini e info via photocritic)

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Signori, immagino tutti abbiate presente il paraluce, quella specie di cono di plastica nera che a volte abbiamo trovato nella scatola delle nostre ottiche.

E’ utile, perchè elimina quei riflessi che spesso si creano quando i raggi luminosi colpiscono le lenti, quei riflessi che su display non vedi mai, ma che appena arrivi a casa e porti le immagini sul pc ti fanno gettar via tante belle inquadrature.

Però è anche esageratamente noioso, e non durante l’utilizzo, ma quando arrivi a riporre l’attrezzatura nella borsa, e il paraluce è grande e non c’entra, ed anche se lo capovolgi, montandolo intorno al barilotto, occupa comunque tanto posto, e alla lunga rovina l’obbiettivo, forzando durante il trasporto i meccanismi interni.

E non per ultimo, ha comunque un costo di gran lunga superiore al suo valore, il paraluce nell’immagine, circolare per Canon 75-300 mm, si trova in commercio a circa 45 euro.

E allora, qualcuno furbetto, ha pensato di metter su un sito che risolvesse questo problema, mettendo a disposizione le sagome, in pdf, dei paraluce compatibili alla maggior parte delle ottiche prodotte dalle maggiori marche, sia in versione circolare che a petalo.

Non mi son certo lasciato scappare l’occasione, e giovedì scorso mi son costruito il parluce per il mio 75-300, versione a petali.

Una volta scelta marca e modello ho scaricato e stampato l’immagine su un cartoncino robusto, ritagliato lungo i bordi e provato a montare il tutto.

Mi son subito reso conto che se i paraluce in commercio sono neri un motivo c’è, e quindi armato di bomboletta ho subito verniciato il mio prototipo. Buoni risultati con una qualsiasi bomboletta economicissima, ottimi con quelle per la verniciatura che deve resistere al calore, la superficie diventa opaca ed uniforme.

Una volta dipinto ed asciugato, ho deciso di non incollare i bordi, come è invece indicato sul sito, ma di spillare due striscine di velcro alle estremità della striscia, in modo da poterlo smontare e riporre, steso, nella tasca della borsa. Volume occupato: praticamente zero.

Ma si può far ancora di meglio, ed allora ho fissato del neoprene adesivo nero (quello per bloccare la luce o gli spifferi) all’interno del cono, lungo la linea in cui starebbe la filettatura o l’attacco a baionetta, questo fa sì che quando il paraluce è in posizione non si muova liberamente, perchè il neoprene forza leggermente sulla superficie dell’obbiettivo, ma comunque non impedisce che tu lo possa ruotare, come si richiede ai paraluce a petalo.

Alla fine un’idea semplice, facilissima da costruire e completamente gratuita, non certo resistente come un vero paraluce, ma sicuramente pratica e comoda da portarsi in giro.

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L'immagine ottenuta dopo il tutorialTempo fa trovai delle fotografie su Flickr che mi incuriosirono, erano immagini di plastici, modellini estremamente curati in ogni particolare, cercai un pò, e trovai un articoletto che spiegava come erano ottenute.

In realtà nessuno aveva fotografato nessun plastico, anzi, il plastico non era neanche stato costruito, ma si partiva da una foto e le si dava le caratteristiche di una ripresa macro.

Io utilizzo questo procedimento:

  1. apro l’immagine si Photoshop.
  2. tramite la la selezione rettangolare seleziono una lunga striscia orizzontale circa ad un terzo di fotografia partendo dal basso.
  3. selezione>sfuma ed imposto il valore in pixel, un valore abbastanza alto.
  4. inverto la selezione da selezione>inverti.
  5. sfoco da filtro>sfocatura>sfocatura migliore.
  6. aggiusto le curve da immagini>regolazioni>curve.

Non tutte le immagini però funzionano bene allo stesso modo, pensate infatti a cosa vorreste vedere se guardaste la foto di un plastico….Loriginale di Andrea Paoli

Perchè si crei l’illusione sono meglio le immagini con ombre forti, e con campo non troppo lungo, la mente infatti annuserebbe l’inganno se il plastico rappresentasse fedelmente tutta Roma, molto meglio qualche particolare più veloce da “costruire”.

Infine saebbe bene che gli oggetti a fuoco, ovvero quelle selezionati col rettangolo di selezione all’inizio, fossero tutti abbastanza sullo stesso piano, e non come nell’esempio che ho riportato, in cui invecei due treni ed i binari convergono in lontananza.

L’immagini utilizzata è di Andrea Paoli, me l’ha gentilmente concessa da Flickr per la realizzazione del tutorial.

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